Sul volersi “migliorare”…

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Il “volersi migliorare” presenta dei pericoli. O meglio i pericoli si incontrano nel processo che normalmente e intuitivamente mettiamo in atto per migliorarci. Tutti vorremmo migliorare, ed è bello avere questa volontà. Ma il processo per il “progresso” è controintuitivo. (Progresso qui inteso come “far fiorire in modo più spontaneo possibile la mia parte più autentica: quello che sono, aldilà delle maschere, delle paure e dei condizionamenti… essere se stessi liberi in definitiva”).

Quando pensiamo a quello che saremmo potuti o dovremmo essere, stiamo paragonando l’unica realtà che esiste ora (tu, io, noi) con qualcosa che ci stiamo immaginando. E’ una fantasia. Migliore, peggiore… ci “misuriamo” rispetto a cosa? Per forza rispetto a canoni comunque esterni dai quali ci lasciamo influenzare.

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido. Albert Einstein

Attenzione, non è che magari per certe cose stiamo facendo con noi stessi la medesima cosa? Ci stiamo giudicando per la nostra capacità di arrampicarci quando al nostra natura ed unicità è essere pesce?…Mi sto giudicando? E da che pulpito?!…

Questo “misurarsi” serve a poco se non a farci stare male. Se mi voglio “migliorare” per forza di cose non mi sto accettando ora per quello che sono ora. Altrimenti non mi vorrei migliorare. Sto, consapevolmente o no, rifiutando in qualche modo questo momento. Che è la vita stessa.

Mi chiudo, non mi apro. Rifiuto, non accolgo. Questo atteggiamento interiore influisce sulla percezione delle esperienze, sulle decisioni che si prendono ora. Questo non vuol dire doversi “credere la versione migliore di sè”. Quello è positivismo americano da convegni motivazionali.

I miei pazienti sono sulla strada giusta quando non cercano di risolvere quelli che chiamano “i loro problemi”.  Il “vuoto”, quel mistero che mi abita oltre i pensieri, ha più poteri di qualsiasi ragionamento, di qualsiasi farmaco, di ogni sforzo di volontà. Morelli

Ma c’è n’è solo una, giocoforza, di versione di sé. Quella che sei, siamo, ora, punto. E’ proprio il nostro tentativo maldestro, e un po’ presuntuoso, di “aggiustarci” che produce dei contrasti, una “tensione”, dentro di noi. E’ semplice ma allo stesso tempo complesso perché è controintuitivo, paradossale.

Quei che vuoi che si contragga devi farlo espandere,
quei che vuoi che s’indebolisca devi farlo rafforzare,
quei che vuoi che rovini devi farlo prosperare,
a quei che vuoi che sia tolto devi dare.
Questo è l’occulto e il palese.
Mollezza e debolezza vincono durezza e forza.

Tao Te Ching 

Così funziona anche per le emozioni. Quelle negative cerchiamo di scacciarle e così ci restriamo intrappolati. Lasciandole esprimersi succedono delle cose sorprendenti. Esprimere le emozioni o i pensieri non vuol dire “agirli”, ma semplicemente prendere consapevolezza che c’è una energia in questo momento dentro me: c’è una parte di me che si vuole, deve, esprimere.

E’ come una locanda l’essere umano. Ogni mattina, qualcuno che arriva. Gioia, tristezza, squallore, rapidi e fuggevoli si presentano alla coscienza, visitatori inattesi. Accoglili di buon grado! Anche se una folla di afflizioni irrompe impetuosa nella tua casa spazzando via ogni arredo, onora ogni ospite. Forse ti sta ripulendo per prepararti a un piacere nuovo. Pensieri cupi, vergogna, risentimenti: apri loro la tua porta ridendo, invitali a entrare. Ringrazia chiunque si presenti, perchè è una guida che ti è stata mandata da lontano. Jalāl al-Dīn Rūmī

Se lasci vivere dentro di te l’emozione per un po’ con pazienza e attivo accoglimento, una volta esaurita la sua funzione (che non capiremmo mai quale sia stata) l’emozione (insoddisfazione, tristezza, rabbia, nostalgia, quello che è) perde la sua forza di “rapirci”, di condizionarci. Ma dobbiamo spegnere il giudizio e non cercare di attribuire delle cause o una spiegazione a questo fenomeno che chiamo emozione.

C’è tristezza? Sto con la tristezza. Non la combatto, non ne certo le cause. Prendo atto che esiste, la percepisco e la accolgo senza giudizio. Sembra facile ma quanto è difficile per le nostre menti irriquiete e razionali sempre con il righello in mano per misurare e catalogare tutto.

Non c’è da credere o non credere nulla, c’è al massimo un invito a provare e sperimentare. Non c’è neanche tanto da “capire”. Non si può “capire” un bel tramonto come non si potrà mai capire del tutto la vita. Questa incredibile esperienza umana è un mistero da vivere… e condividere! Siamo tutti in  “working progress”!



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