Il “vuoto” nello zen: cosa vuol dire?

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“La realtà fondamentale è l’inseparabile interconnessione quantistica di tutto l’universo e che le parti che hanno un comportamento relativamente indipendente sono solo forme particolari e contingenti dentro a questo tutto”. (D. Bohm e B. Hiley, On the Intuitive Understanding of Nonlocality as Implied by Quantum Theory, in Foundations of Physics).

La fisica quantistica ci ha rivelato una fondamentale unità e interconnessione nell’universo, e ci ha mostrato come il mondo materiale non possa essere scomposto in unità elementari indipendenti tra loro.

Il buddhismo, lo zen, l’induismo ed il taoismo da sempre hanno posto grande enfasi sull’importanza della interconnessione di tutte le cose. Nello zen quando si parla di “vuoto” si intende proprio “vuoto di un sé indipendente da tutte le altre cose”.

Un fiore è visto come il continuo risultato della interazione tra terra, acqua e sole… Il suo sé, quello che noi identifichiamo come “fiore” da solo non potrebbe esistere: è solo una astrazione concettuale.

Secondo gli insegnamenti del buddhismo è importante avere una visione profonda delle cose e scoprire la loro natura di impermanenza (anitya) e non-sé (anatman). Impermanenza e non-sé non sono negativi. Sono le porte che dischiudono la vera natura della realtà. Non sono le cause della nostra pena. E’ la nostra illusione a farci soffrire. Considerando qualcosa che é impermanente come permanente, trattando qualcosa che é senza sé come se lo avesse, soffriamo. (Thich Nhat Hanh)

Nella realtà noi vediamo il fiore e lo consideriamo separato dal resto, fidandoci dei nostri sensi, ma se lo consideriamo indipendente non vediamo la sua vera natura. Non si può separare il concetto di “alto” dal concetto di “basso”, questo ci appare evidente perché sono concetti relativi, ma questa sembra essere anche la natura della relazione tra tutte le cose nella realtà.

Una interdipendenza indissolubile e in continuo mutamento. Il simbolo stesso del taoismo, lo yin e yang, è una magnifica rappresentazione metaforica di interdipendenza e relazione dinamica.

Questo ci hanno detto da sempre i saggi e questo ora ci dice oggi anche la fisica moderna… Certo ancora la società deve recepirne il significato e le resistenze non sono dovute probabilmente solo ad una certa inerzia culturale, ma forse sono legate anche alle paure delle conseguenze che avrebbe un tale cambio di “visione”…

“Una volta che comprendiamo che siamo tutti interconnessi, è difficile non provare compassione per i nostri simili che soffrono, e una volta che arriviamo a sentire la compassione, iniziamo ad avere un barlume della verità eterna dell’interdipendenza, della vacuità” (Dalai Lama da ” La saggezza del perdono”)

Ma se siamo anche noi come il fiore sopracitato: una “forma” che assume l’universo attraverso l’interazione di molteplici elementi… cosa ci da l’illusione di essere “noi stessi” separati da tutto il resto? E quel qualcosa è anch’esso vuoto di un sé separato oppure ha una sua natura propria ed indipendente?

A voi la risposta.

L’Ego si può solo consumare attraverso l’investigazione, finché ogni appiglio concettuale è svanito. Solo la constatazione profonda della nostra totale impotenza, l’assenza di controllo che ne deriva, può permetterci di toccar con mano che la nostra vita è uno dei tanti sogni che la luce bianca unica ci presenta come arcobaleno e di cui siamo invaghiti. (Isabella di Soragna)

 



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