La meditazione zen

La luce di una candela rischiara appena una stanza disadorna. Di fronte al muro siedono, perfettamente allineati, immobili personaggi vestiti con abiti neri, ampi, panneggianti. Il sobrio e vigoroso silenzio viene interrotto soltanto da una profonda voce che, ogni tanto, con severa compassione richiama alla bellezza del momento presente.

Cosa stanno facendo queste persone? Niente – potrebbe essere la risposta – sono semplicemente sedute. Può sembrare semplice messa in questi termini, ma il problema è che noi non siamo mai “semplicemente seduti”… Questo comunque è zazen, la principale tecnica di meditazione zen.

Il termine Zen, che sta a indicare una delle forme che il buddhismo ha preso in Giappone, deriva dal termine cinese chan, che a sua volta deriva dalla parola sanscrita dhyana, usata in India per indicare appunto la pratica della “meditazione”.

Quando ci si è posti il problema di tradurre il termine dhyana c’erano solo tre parole a disposizione che sembrava in qualche modo potessero avvicinarsi a dhyana,  a questo misterioso termine. Fu scelta “meditazione”, ma era solo la meno peggiore tra le tre: concentrazione, contemplazione, meditazione.

Nella concentrazione la mente è focalizzata su un oggetto, e solo su quello. Tanto più è acuto è l’angolo di focalizzazione, tanto maggiore è la concentrazione. Noi ci concentriamo su qualcosa, qualcuno; se non ci fosse un oggetto della concentrazione, questa non potrebbe esistere. (ma provate a concentrarvi sul nulla: la questione si fa interessante…)

Con la contemplazione il pensiero allarga il suo angolo di focalizzazione, pur sempre sull’oggetto, ma così tanto che questo diviene in pratica un soggetto; pensare all’oggetto dell’attenzione da ogni suo possibile aspetto, fluidamente, linearmente, è la contemplazione. Oppure questa diventa poetica, romantica, una proiezione del sentimento che l’oggetto contemplato fa nascere in noi, cercando in pratica di valutare le ragioni, i motivi, di tali sentimenti: un fiore talmente bello che…, con quei suoi petali, quel suo profumo, quei colori…ci si perde nell’oggetto della contemplazione fintanto che questo diventa protagonista più importante rispetto allo stesso soggettivo sentire.

Meditazione, secondo l’accezione corrente, significa invece pensare profondamente all’oggetto, al problema, ad ogni sua possibile implicazione, sviluppo, potenzialità, correlazione; spesso il termine meditazione è un sinonimo di ponderazione. Significa pensarci due volte, bene e a fondo.  Insomma, non c’è nel linguaggio occidentale un termine adatto al significato di Dhyana, e questo è quantomeno sintomatico. Indica decine di secoli della nostra storia, la nostra attitudine di fondo…

Dhyana è lo stato di non-mente: quando l’attenzione è risvegliata su colui il quale pensa, e non sullo schermo dei pensieri stessi in continuo movimento, rimane solo “il testimone”, la pura consapevolezza. Questo l’insegnamento dei mistici, e a questo tendono tutte le tecniche di consapevolezza.

Ma in Occidente non c’era, e in sostanza non c’è ancora, un termine adatto né, tantomeno, la supposizione che uno stato di non-mente fosse non solo possibile ma auspicabile. Noi siamo i figli della logica Aristotelica e di Cartesio, di “cogito ergo sum”, penso quindi esisto. Per la nostra cultura l’assenza di pensiero o di mente equivale alla morte. La nostra cultura, la nostra società, ognuno di noi è profondamente identificato con la propria mente esteriore: una parola come Dhyana non aveva assolutamente nessuna ragione di esistere. Né ha alcuna possibilità di essere spiegata.

Dunque la pratica contemplativa buddhista non deve rimandare a una cogitazione continua, come la traduzione “meditazione” farebbe pensare, bensì a un essere totalmente calati nel momento presente. Si tratta in altre parole di essere completamente consapevoli di se stessi, del proprio corpo, dei propri pensieri, e di ciò che ci circonda.

Come meditare  

La preparazione e la scelta del posto

Innanzitutto occorre scegliere un posto dove sedersi che sia tranquillo, non troppo caldo nè troppo freddo, e poi indossare un abito ampio, comodo e possibilmente scuro.

Evitare le sedute quando non si è dormito abbastanza o se si è particolarmente stanchi. Prima della seduta mangiare con moderazione ed evitare di bere alcolici. Lavarsi il viso e i piedi così da sentirsi rinfrescati.

Uno zafu è un cuscino tondo che si usa per lo Zazen. Uno zafu medio misura da 30 a 40 centimetri di diametro, con una circonferenza all’incirca dei 115 cm.  Naturalmente, è possibile praticare senza zafu, servendosi di una coperta ripiegata più volte , di un copriletto arrotolato, o di un paio di cuscini ordinari ma sodi, posti l’uno sopra l’altro.

Tradizionalmente si pratica Zazen stando seduti a circa 90-100 cm da un muro a tinta unita.

La posizione del corpo

La schiena deve essere mantenuta bene dritta. Dopo avere raddrizzato la schiena, rilassare le spalle, la schiena e l’addome, senza cambiare la postura.  I gomiti rimangono distanziati dal corpo.

Il mento deve essere rientrato e la nuca tesa: l’immagine che la tradizione Zen offre per aiutare il praticante ad assumere una corretta postura è quella di una colonna che a un’estremità  spinge la terra in basso, e all’altra spinge in alto il cielo. In tal modo chi pratica diventa una sorta di asse cosmico che unisce le sfere celesti alla terra: il palo attraverso il quale è possibile raggiungere il cielo, o meglio l’Assoluto.

La posizione delle gambe

La posizione tradizionale delle gambe è quella del loto, ma esistono diverse posizioni più semplici da tenere come quella del  mezzoloto,  la posizione birmana, la posizione seiza giapponese o la posizione seduta.

 La posizione delle mani

La misura della corretta sovrapposizione delle mani viene data dal dito medio sinistro, la cui falange centrale deve coincidere con la falange centrale del medio della mano destra. La punta dei pollici si sfiora a formare un perfetto ovale, che va mantenuto per tutta la durata della seduta. Questa posizione delle mani viene chiamata in giapponese hokkaijoin, o sigillo dell’Oceano del Dharma, ed è simbolo e indice della concentrazione: infatti se ci si assopisce i pollici si allentano e formano la cosiddetta “valle” e invece ci si accanisce in un turbinio di pensieri i pollici premono forte l’uno contro l’altro andando a formare un “monte”. Inoltre è anche molto importante il movimento che si compie per assumere tale posizione. Le due mani partono da lati opposti e convergono verso il centro. Allo stesso modo la mente che di solito è dissipata, distratta in pensieri che la trascinano avanti e indietro, dovrebbe, all’inizio della seduta, ricentrarsi, focalizzarsi.

Gli occhi

Tenere gli occhi leggermente socchiusi, guardando un punto verso il basso, con un’angolazione di circa 45 gradi. Senza concentrarsi su un punto particolare, lasciare che ogni cosa trovi posto nell’area visiva. Se si tengono gli occhi chiusi si rischia maggiormente di addormentarsi o di sognare ad occhi aperti.

Cosa fare durante lo zazen?

Si tratta fondamentalmente di focalizzare la propria consapevolezza su due cose: la postura e il respiro, le due ali su cui vola la meditazione.

Occorre sentire il proprio corpo mentre mantiene una corretta postura: non bisogna quindi piegare la schiena, afflosciarsi, allentare la posizione delle mani, perdere il contatto delle ginocchia, reclinare il capo o chiudere gli occhi.

Una corretta postura deve poi essere vivificata da una corretta attenzione al respiro. Si tratta in altre parole di osservare il proprio respiro senza per questo controllarlo o modificarlo in alcun modo. Se è superficiale lo si osserva come tale, e quando è o affannoso, o calmo o profondo si fa lo stesso. Con il tempo e la pratica, il respiro diventerà  quieto e impercettibile: l’espirazione si farà  sottile e prolungata e l’inspirazione breve e decisa.

La tradizione paragona la mente discorsiva a un cane affamato: come il cane ha bisogno di rosicchiare continuamente qualcosa, così la mente discorsiva ha bisogno di “ruminare” costantemente pensieri. Si tratta allora di dare alla mente affamata un osso da rosicchiare, un qualcosa che calmi il suo desiderio di essere sempre impegnata in un processo cogitativo ma che allo stesso tempo la mantenga legata al momento presente. L’attenzione alla postura e alla respirazione è la risposta, è l’osso da gettare alla mente discorsiva, è l’oggetto che tiene la mente occupata e che altresì non la distoglie dal presente. Infatti sia la postura che il respiro sono elementi presenti ora, da percepire nell’immediatezza del presente.

Normalmente la mente discorsiva è persa in continui confronti, progetti futuri o ricordi passati: una rapida occhiata al momento presente e subito parte il “film” iteriore, una carrellata di pensieri che distolgono dalla realtà . E parlare di realtà  non è esagerato poiché, a pensarci bene, il passato è passato, il futuro deve ancora essere: solo la dimensione del presente effettivamente è, esiste, è reale. Ora, la mente discorsiva persa nei suoi pensieri fa vivere l’essere umano come un fantasma, alienato dal momento presente nel quale la vita si attua. Per questo Gurdjieff, il mistico russo, definiva l’uomo come un “automa”.

La pratica Zen, con il suo vigoroso richiamo alla presenza educa alla capacità  di esserci, di esserci completamente, e permette al praticante di scoprire una dimensione sconosciuta anche se già  presente di fronte agli occhi: la realtà  vibrante del momento presente, nel quale è possibile scorgere il proprio Sé originale, natura misteriosamente sottile della vita che ci unisce in maniera inscindibile a tutti gli altri esseri.

Più si pratica zazen, più si realizza con ogni fibra del corpo che i pensieri sono contenuti vuoti e privi di ogni sostanza reale, che vanno e vengono. E finalmente si comprende che vi è una consapevolezza intuitiva originale e universale, radicalmente diversa dalla abituale coscienza di sé.

Il semplice fatto di sedersi con tutto se stessi (o shikantaza in giapponese) vuol dire accettare e dunque comprendere la propria reale natura. La reale natura, o natura originale del Sé è comune a tutti gli esseri. Accettare e comprendere tale natura con la sola mente è impossibile, occorre accettarla, sentirla, assimilarla anche con il corpo: ecco perché si dà  tanta importanza alla pratica dello zazen dove tutto il corpo e tutta la mente sono concentrati sulla postura.

Semplicemente seduti…

Quando si è seduti, semplicemente seduti, gustando il silenzio e l’immobilità  dello zazen, è possibile osservarsi, conoscersi, accettarsi e riconoscersi connessi e interconnessi con il resto del Cosmo. E’ per questo che si dice che lo zazen è la porta che dà  accesso alla reale pace e armonia in cui tutte le esistenze del cosmo vivono da sempre: il nirvana.

E’ molto importante non imporsi alcunché,  non sforzarsi per essere consapevoli in qualche modo o di qualche cosa, senza interferire in ciò che ci accade durante lo zazen stesso, né tanto meno imporci che qualcosa accada o si verifichi e neppure restare nell’attesa che si realizzino delle aspettative prefigurate a priori.

 Terminare lo zazen

Tradizionalmente, si batte una campana una volta alla fine  di Zazen.  Quando finite Zazen, state semplicemente tranquilli e calmi  un attimo. Non abbiate fretta di alzarvi. Se le vostre gambe si  sono addormentate, muovetele finché la sensazione non ritorna  e allora alzatevi lentamente.

Dopo lo zazen si pratica il  Kinhin che è il modo tradizionale di camminare lentamente per  vincere l’intorpidimento delle gambe (usato anche per riscuotere  dall’addormentamento), mentre ci permette di mantenere lo stato  calmo e pacato di Zazen.

Cosa dice la scienza

Le ricerche scientifiche su tecniche di meditazione sono iniziate nel 1970, quando i dott. Herbert Benson e Robert Wallace, medici dell’università  di Harvard, rivelarono vari effetti fisiologici prodotti da una tecnica di meditazione insegnata da Maharishi Mahesh Yogi.

Le ricerche di Benson e Wallace indicavano una netta diminuzione di stress ed ansia durante la pratica  e confermavano oggettivamente le sensazioni personali di sollievo e benessere riportate dai praticanti.  I risultati includevano un aumento della resistenza elettrica cutanea, una diminuzione della concentrazione del lattato ematico ed un maggior ordine delle onde cerebrali, con un evidente aumento dell’intensità  delle onde alfa (indice di maggior chiarezza mentale) (Science n.167, 1970;  American Journal of Physiology  n.221, 1971;  Scientific American n.226, 1972, la cui traduzione in italiano fu pubblicata su  Le Scienze n.45, Maggio 1972).

Da allora numerosissimi studi (ad esempio questo) hanno dimostrato sia gli effetti fisiologici della meditazione sia la sua efficacia per la riduzione dello stress. Nelle maggiori università  degli Stati Uniti, come Stanford e Harvard vengono organizzati corsi per praticare al meditazione.

Per approfondire

Tratto dagli insegnamenti di  Kodo Sawaki Roshi



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