La trappola

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Spesso la dinamica in cui si rimane intrappolati nel tentare di risolvere un problema è simile ad una trappola per lepri: un cappio che si stringe. Più si cerca di dibattersi, di scappare, più la corda si stringe e rende impossibile la fuga.

Nel libro Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, il folle ma geniale romanzo filosofico di Robert Pirsig scritto quarant’anni fa, l’autore descrive l’esempio della “vecchia trappola indiana per le scimmie” e offre un’altra utile metafora.

La trappola “consiste in una noce di cocco svuotata e legata a uno steccato con una catena. La noce di cocco contiene del riso che si può prendere infilando la mano in un buco. L’apertura è grande quanto basta perché entri la mano della scimmia, ma è troppo piccola perché ne esca il suo pugno pieno di riso.

Catching a monkey

E’ quello che gli psicologi chiamano anche effetto Einstellung, che spiega come i preconcetti, siano essi derivanti da convinzioni o da esperienza, possano impedirci di vedere un modo migliore di fare le cose.

Questo è vero nell’affrontare i problemi esterni di tutti i giorni come nel relazionarsi con il nostro mondo interiore. Ad esempio più cerchiamo di scacciare un pensiero, più questo si riproporrà in modo invasivo e fastidioso. Anche rifiutare le nostre emozioni contribuirà solo a peggiorare e a confermare la propria condizione.

La scimmia della metafora di Pirsig infila la mano e si ritrova intrappolata”, non da qualcosa di fisico, ma da un’idea: non capisce che un principio che fino a quel momento le è stato utile – “quando vedi il riso, stringi forte” – è diventato fatale. Più si è convinti della bontà della soluzione sbagliata, disfunzionale, più il problema si aggrava.

Il pericolo non viene da quello che non conosciamo, ma da quello che crediamo sia vero e invece non lo è. Mark Twain

E allora come fare per uscire da questa situazione? Prima è utile un piccolo gioco per capire meglio la dinamica di cui stiamo parlando… e per far questo può essere utile il riferimento al problema dei 9 punti.

Provate ad unire i nove punti che si vedono nella figura qui di seguito, devono essere collegati da quattro linee rette senza sollevare la penna dal foglio. Prendete carta e penna e provate!

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Per quanto possiate provare ad unire questi 9 punti, secondo le indicazioni date, sarà  impossibile trovare la soluzione, almeno che non cambiate la prospettiva con la quale osservate il problema.

Sarà  infatti possibile risolverlo solo uscendo fuori dal proprio schema logico. Cliccando qui vi apparirà  la soluzione al problema.  La soluzione si trova esaminando le ipotesi sui punti e non i punti stessi.

Watzlawick insegna come molti dei nostri problemi si formino e si reggano sulle “tentate soluzioni” messe in atto dalle persone e da coloro che gli stanno intorno che, piuttosto che risolvere la questione, finiscono per retroagire sul problema complicandolo.

Quasi tutti quelli che tentano per la prima volta di risolvere il problema dei nove punti introducono, come parte della loro soluzione del problema, una ipotesi che invece rende impossibile la soluzione. L’ipotesi è che i punti formino un quadrato e che la soluzione si debba trovare dentro tale quadrato, una condizione autoimposta che non viene certo data nelle istruzioni.

La stessa cosa si verifica per analogia, quando si tenta di risolvere un problema personale, dove si finisce col rimanerne incastrati, dove continuando ad analizzare sempre gli stessi elementi che si hanno a disposizione, non si riuscirà  ad uscirne. L’inerzia nell’abitudine, nell’educazione, nella prassi o negli schemi sociali è quella che porta a darsi delle condizioni autoimposte.

Come è noto in pricologia (P. Watzlawick, R. Fisch, J. H. Weakland 1974), una modalità  di questo tipo, orienta verso un cambiamento1, mentre per riuscire a risolvere in modo efficace un problema bisogna passare ad un cambiamento2, che si pone ad un livello superiore. Per questo spesso chi ha un problema non può risolverlo, se cerca di farlo rimanendo sullo stesso piano del problema.

Il cambiamento di tipo 2 non fa riferimento alle premesse del sistema e quindi dall’interno del sistema può apparire paradossale, illuminante o assurdo.  Ritornando al problema precedente, nel quale la persona si ritrova bloccata in questa condizione di prigionia, l’unica soluzione consiste anche qui nell’uscire fuori, nel porsi in una posizione esterna al problema.

Per spiegare la differenza tra cambiamento1 e cambiamento2, appare illuminante l’esempio dell’incubo:

“Durante un incubo si può correre, strillare, cadere, nascondersi, ma nessun cambiamento da un comportamento ad un altro può por fine l’incubo stesso (cambiamento1); l’unico modo di uscire fuori da esso è destarsi (cambiamento2). L’essere desti(1) però non fa più parte del sogno e implica un cambiamento ad uno stato completamente diverso”.  Watzlawick

Ogni passo fa nascere una brezza nuova. Massima zen

L’osservazione distaccata, senza (pre)giudicare e senza giudicarsi, aiuterà a trovare la soluzione e permetterà di rivalutare la propria posizione all’interno della “vecchia” dinamica, riuscendo a “rompere la trappola” nella quale fino a quel momento si era rimasti bloccati.

Ma come fare in concreto? Secondo tutti i saggi d’oriente (e su questo sono tutti univocamente convinti) si può sviluppare una “mente di principiante”, come viene spesso chiamata questa capacità di rinnovarsi e scrollarsi di dosso gli schemi, attraverso la “meditazione” (clicca sulla parola per approfondire).

 

Nota (1): notare che questa metafora di Watzlavich coincide con la visione buddhista nella quale l’uomo ordinario vive in una specie di sogno, il buddha significa infatti “il risvegliato”. L’indentificazione con la mente esteriore (detta superficiale o razionale) è quella che tiene ancorati al sogno. Qualunque soluzione all’interno della mente stessa non risolve il problema. L’unica soluzione dice il buddha è entrare nella non-mente, trascendere la mente stessa che è LA trappola.



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