Niente fango, niente loto

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In Oriente il loto ha sempre avuto un particolare fascino e una forte carica simbolica. Il loto, bellissimo e profumato, sboccia infatti negli acquitrini e nel fango e, per questa sua caratteristica, per i saggi ha sempre rappresentato la metafora della trasformazione e della fioritura interiore.

Thich Nhat Hanh ci spiega il detto zen “Niente fango, niente loto”:

Se sai fare buon uso del fango puoi coltivare bellissimi fiori di loto. Se sai fare buon uso della sofferenza puoi generare felicità. Naturalmente è possibile restare bloccati nel “fango” della vita. La cosa più difficile da praticare è non lasciarsi prendere dalla disperazione.

Ovunque si guardi altrimenti si vede solo sofferenza. Dobbiamo ricordare che potenzialmente la sofferenza è per noi quello che è il fango per il loto. Non dovremmo quindi avere dei pregiudizi nei confronti del fango-sofferenza. Dobbiamo imparare ad abbracciare ed a cullare la nostra sofferenza personale con molta tenerezza.

“Cullare” la sofferenza significa rivolgerle attenzione e cura non giudicante, per poterla trasformare. Importante è non scambiare questo per un invito a tenersela stretta e crogiolarcisi dentro!

Quando ci si taglia un dito, ci si limita a lavarlo ed il nostro corpo sa come guarirlo. Per quanto riguarda il nostro mondo interiore perché dovrebbe essere diverso? Ed invece facciamo di tutto meno che quello che servirebbe. Cioè fermarsi, accogliere quello che c’è e non fare niente. Un animale ferito nel bosco sa istintivamente cosa fare. Si cerca un posto tranquillo al buio (ndr: il perché il buio si “terapeutico” merita un approfondimento a parte) e non fa nulla.

Noi ci agitiamo e cerchiamo di scacciare in tutti i modi la sofferenza, sia con le medicine che con le distrazioni. Il modo migliore per stare in compagnia della nostra sofferenza senza esserne sopraffatti è invece non far nulla se non stare nel momento con presenza mentale. Semplicemente dimorando nel momento presente. C’è solo da provare!



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