Quando le emozioni sono “scomode”

sadness

Siamo una cultura che sta in superficie, che ci obbliga a ridere sempre, a mostrarci sempre felici. Eppure ci sono momenti della vita in cui si affacciano emozioni “scomode”: rabbia, rancore, tristezza, che sono difficili da accettare e da vivere. La tentazione immediata è quella di scacciarle, o peggio ancora di correggerle. Niente di peggio.

Se le lasciassimo esistere, esprimersi, dopo un po’ se ne andrebbero. Invece spesso si vuole “capire”, si vuole “spiegare“, si cerca di “giustificare” il dolore: un amore finito, un lavoro odiato, una vita sbagliata…

Non importa la causa! Non importa il “perché” si sta male. Indagare sulle cause vuol dire  rimuginare sul dolore: lo si cronicizza. Pensando alle cose che sono accadute in qualche modo le perpetuiamo, dissipiamo energia e fissiamo il dolore dentro di noi.

L’unica cosa da fare è guardare il dolore con gli occhi di “adesso”. Che ore sono? Le 14:20? Ecco, accogli il dolore delle 14 e 20. Stai con il dolore delle 14 e 20. Permettegli di esistere. Osserva gli effetti che produce nel corpo. Il dolore non è mai uguale.

I sentimenti “dolorosi”, quando emergono, sono chiamati a svolgere una precisa funzione: traghettarci verso una nuova fase della vita, aprire una breccia nella nostra personalità e portare alla luce aspetti di noi che altrimenti non potrebbero schiudersi!

Per essere felici non basta ridere sempre. Serve un’anima abbastanza “larga” da poter contenere sia l’allegria che la tristezza! E’ in questo “ricco humus” che il Sé può fiorire, cioè che la parte più autentica di noi stessi si può esprimere.

Qualche consiglio per quando si affronta un “brutto periodo”:

1. Stare nel presente, guardare i tormenti dell’anima con gli occhi di adesso, imparando ad ascoltare e conoscere il proprio corpo per quello che ci sta dicendo ora. Le cose stanno accadendo in questo momento: “ora ho male ad una spalla… sento rabbia… un pensiero sta attraversando la mia coscienza…  ora sento insodisfazione…” Non occorre ovviamente commentare o verbalizzare quello che accade. E’ un ascolto “attivo e silenzioso”. Essere presente è ascoltare senza commento gli stati d’animo, gli stati dell’anima.

2. Mai pensare alle cause. “Sto male perché…”. Via la parola perché”. Non importa il perché. E soprattutto non aiuta a star meglio. Chiedersi il perché è un modo per scappare dal dolore. Il “perché” ha ragioni profonde, complesse, non arriverai mai a capirlo del tutto.

3. Essere semplici, autentici. Per gli africani un buon leone ruggisce, una buona pecora bela, una buona edera s’arrampica. Tu cosa sei? Se sei ciclamino e vuoi fare la quercia sarai sempre infelice. Togliti le maschere. Le indossi per proteggerti e finiscono per diventare una gabbia: ti costringi ad essere quello che pensi di “dover essere”.

4. Essere grati ogni giorno. Un esercizio quotidiano! E’ l’antidoto contro l’irrequieto l’Io razionale che è sempre alla ricerca di qualcosa di più, di qualcosa di diverso, che rincorre i fantasmi del passato o i miraggi del futuro e ci fa perdere l’opportunità di apprezzare quello che la vita ci regala.

5. Immegersi totalmente in quello che si sta facendo. Siano esse cose piccole o grandi, noiose o divertenti, facendole con “tutto se stessi” si entra nel “flusso“.



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